Déjà-vu
Il romanzo dei ricordi perduti
Tom McCarthy
Data di uscita: 30 Maggio 2008
Traduzione: Anna Mioni
ISBN: 9788876380952
Il libro
Qualcosa di strano cade dal cielo e ferisce gravemente un uomo che perde la memoria. L’assicurazione, che non vuole si sappia nulla dell’incidente, lo ricopre di soldi. L’uomo senza nome, protagonista del romanzo, non sembra essere particolarmente toccato dal trauma, finché non viene colpito da un intenso déjà-vu. E’ l’inizio dell’ossessione; l’uomo senza nome è ostaggio di una forza prevaricante e totalitaria che lo spinge a rimettere in scena le sue visioni. Come un immenso teatro dell’assurdo il cui sipario si apre in mezzo alla realtà quotidiana, sorge un intero palazzo, abitato da decine di persone pagate solo per eseguire gli ordini dell’uomo senza nome nella più grande messa in scena mai realizzata da essere umano. La ricerca dell’autenticità, della propria identità, del ricordo perduto, lo spingerà in una commovente, drammatica e violenta spirale il cui senso ultimo riposa nel profondo mistero della memoria, la materia stessa di cui siamo fatti noi uomini.
L’autore
Tom McCarthy è nato nel 1969 e vive a Londra. E’ artista, romanziere, teorico della letteratura, e fondatore della International Necronautical Sociaty (INS), un network di avanguardie artistiche che esplora le dinamiche tra morte e rappresentazione. Déjà-vu, il suo primo romanzo, è stato inserito dal New York Times nella lista dei migliori libri del 2007. Isbn pubblicherà anche Uomini nello spazio nel 2009. Déjà-vu ha vinto il BELIEVER BOOK AWARD 2007
La traduzione di Anna Mioni è stata segnalata tra i finalisti del premio Monselice per la traduzione 2009
Alessandro Bertante - D di Repubblica
Rossella Postorino - Rolling Stone
Luca Canali - Il Giornale
Marco Petrella - L’Unità
Claudia Bonadonna - Pulp
Angelo Di Mambro - DNews
Jadel Andreetto - panorama.it
Anna Mioni - Pulp
Tom McCarthy, Tim Small - The End
Carlotta Vissani - ARPAMagazine
Manuela Vacca - Nuova Sardegna
Caterina Duzzi - D di Repubblica
Raffaella Malaguti - Alias
Antonella Ottolina - Anna
Antonio Gurrado - Il sottoscritto
Puglia
Luigi Sampiero - Il Sole 24 Ore
Anna
Kilgore Magazine
Seia Montanelli - Paese d’ottobre
Damir Ivic - Il Mucchio Selvaggio
Tim Small - The End
Enzo Mansueto - Rodeo Magazine
Liberazione
Marilena Renda - Indice dei libri del mese
GUIDA ALLA REALTA’ ATTRAVERSO RICORDI PERDUTI Esce in Italia "Déjà vu" di Tom McCarthy (Isbn) Milano, 3 giu. (Apcom) - Un "romanzo dei ricordi perduti" che piomba sulla scena letteraria con la forza di una ventata d’aria fresca, che spariglia le carte e porta nuova linfa al romanzo contemporaneo. "Déjà vu" del 39enne artista inglese Tom McCarthy, edito in Italia per i tipi di Isbn, è la storia di un’ossessione, ma anche una sorta di manuale per guardare alla realtà, da un punto di vista che si richiama a Don Chisciotte e ad Amleto, ma anche a Francis Ponge e al leggendario Thomas Pynchon. Tutto ruota intorno a un protagonista, "un antieroe" nella definizione dello stesso McCarthy, che, colpito da un misterioso oggetto caduto dal cielo, perde la memoria. Incassato un enorme risarcimento, l’uomo senza nome comincia a esperire dei déjà vu e, usando i milioni di sterline di cui ora dispone, mette in scena delle ricostruzioni complesse dei suoi ricordi, nelle quali intervengono figuranti e tutto viene ricreato nei minimi dettagli. La ricerca della naturalezza, della "fluidità" dei gesti, porterà il protagonista e il suo assistente, l’indiano Naz di professione "facilitatore", a spingersi sempre più avanti, in un’escalation di tensione e drammaticità che culminerà a bordo di un aereo dirottato. "Ho finito di scrivere il romanzo - ci ha detto McCarthy in un incontro a Milano - nel luglio 2001 e quando ho visto cosa è successo l’11 settembre ho quasi pensato: mi hanno fregato il finale". Nonostante risalga a quasi sette anni fa, "Déjà vu" ha faticato a trovare un editore e, dopo una prima edizione a tiratura limitata del 2004, è uscito negli Stati Uniti nel 2006 e, la notizia è del 1 giugno, si è anche aggiudicato il Believer Book Award 2007. "Sono molto felice per questo premio - ci ha detto lo scrittore -, il mio libro non è destinato a vincere premi come il Pulitzer, è marginale rispetto al mainstream". In realtà però i temi toccati da McCarthy sono profondi e cruciali per il nostro tempo e fanno pensare anche al lavoro di Don DeLillo, romanziere che ha indagato sui flussi di informazione che attraversano la nostra vita. "Sono stato sicuramente influenzato anche da DeLillo - ha spiegato McCarthy - ma lui è più concettuale, io volevo che il mio libro fosse più materiale, non solo idee, ma anche cose concrete. Un influenza più profonda - ha aggiunto lo scrittore britannico - mi viene da Francis Ponge per l’osservazione degli oggetti, per come li descrive. Ma anche dal cinema di Tarkovskij, che per sei minuti riprende un muro". La storia narrata in "Déjù vu" è anche la cronaca del fallimento del tentativo di creare copie perfette della vita. "Il mondo - ci ha spiegato McCarthy - è sempre un passo avanti. Questo è un romanzo anti idealista, anti hegeliano. In termini filosofici c’è un grande combattimento tra Bataille ed Hegel e chi vince è Bataille. Ossia l’imprevedibilità delle situazioni, i conti che non tornano, quel qualcosa in più che disorienta e crea la sensazione inebriante che coglie l’antieroe nel finale del libro. Il romanzo di McCarthy si focalizza dunque sul’arte di vedere, che si viene a configurare quasi come una performance della vita quotidiana. "Questa - ha detto lo scrittore - è l’essenza della poesia e anche dell’arte visuale". Una pratica, quella di offrire una visione più profonda della realtà, che fa dell’arte una sorta di "negativo fotografico" della realtà, che si può duplicare - re-interpretare per usare il linguaggio di "Déjà vu" - migliaia di volte. "L’arte sopravvive alla realtà - ha detto McCarthy -, l’arte è ciò che rimane, il residuo". E il suo romanzo è un residuo di dimensioni fuori dal comune, destinato a lasciare traccia. Quando gli chiediamo se l’arte può salvare la nostra vita, la risposta è però inequivocabile: "No, grazie a Dio, no, no, no".
Un "romanzo dei ricordi perduti" che piomba sulla scena letteraria con la forza di una ventata d’aria fresca, che spariglia le carte e porta nuova linfa al romanzo contemporaneo. "Déjà vu" del 39enne artista inglese Tom McCarthy, edito in Italia per i tipi di Isbn, è la storia di un’ossessione, ma anche una sorta di manuale per guardare alla realtà, da un punto di vista che si richiama a Don Chisciotte e ad Amleto, ma anche a Francis Ponge e al leggendario Thomas Pynchon. Tutto ruota intorno a un protagonista, "un antieroe" nella definizione dello stesso McCarthy, che, colpito da un misterioso oggetto caduto dal cielo, perde la memoria. Incassato un enorme risarcimento, l’uomo senza nome comincia a esperire dei déjà vu e, usando i milioni di sterline di cui ora dispone, mette in scena delle ricostruzioni complesse dei suoi pochi ricordi, nelle quali intervengono figuranti e tutto viene ricreato nei minimi dettagli. La ricerca della naturalezza, della "fluidità" dei gesti, porterà il protagonista e il suo assistente, l’indiano Naz di professione "facilitatore", a spingersi sempre più avanti, in un’escalation di tensione e drammaticità che culminerà a bordo di un aereo dirottato. "Ho finito di scrivere il romanzo - ha detto McCarthy a Kilgore in un incontro a Milano - nel luglio 2001 e quando ho visto cosa è successo l’11 settembre ho quasi pensato: mi hanno fregato il finale". Nonostante risalga a quasi sette anni fa, "Déjà vu" ha faticato a trovare un editore e, dopo una prima edizione a tiratura limitata del 2004, è uscito negli Stati Uniti nel 2006 e, la notizia è del 1 giugno, si è anche aggiudicato il Believer Book Award 2007. "Sono molto felice per questo premio - ci ha detto lo scrittore -, il mio libro non è destinato a vincere premi come il Pulitzer, è marginale rispetto al mainstream". In realtà però i temi toccati da McCarthy sono profondi e cruciali per il nostro tempo e fanno pensare anche al lavoro di Don DeLillo, romanziere che ha indagato sui flussi di informazione che attraversano la nostra vita. "Sono stato sicuramente influenzato anche da DeLillo - ha spiegato McCarthy - ma lui è più concettuale, io volevo che il mio libro fosse più materiale, non solo idee, ma anche cose concrete. Un’influenza più profonda - ha aggiunto lo scrittore britannico - mi viene da Francis Ponge per l’osservazione degli oggetti, per come li descrive. Ma anche dal cinema di Tarkovskij, che per sei minuti riprende un muro". La storia narrata in "Déjù vu" è anche la cronaca del fallimento del tentativo di creare copie perfette della vita. "Il mondo – ci ha spiegato McCarthy - è sempre un passo avanti. Questo è un romanzo anti idealista, anti hegeliano. In termini filosofici c’è un grande combattimento tra Bataille ed Hegel e chi vince è Bataille. Ossia l’imprevedibilità delle situazioni, i conti che non tornano, quel qualcosa in più che disorienta e crea la sensazione inebriante che coglie l’antieroe nel finale del libro. Il romanzo di McCarthy si focalizza dunque sul’arte di vedere, che si viene a configurare quasi come una performance della vita quotidiana. "Questa - ha detto lo scrittore - è l’essenza della poesia e anche dell’arte visuale". Una pratica, quella di offrire una visione più profonda della realtà, che fa dell’arte una sorta di "negativo fotografico" della realtà, che si può duplicare - re-interpretare per usare il linguaggio di "Déjà vu" – migliaia di volte. "L’arte sopravvive alla realtà - ha detto McCarthy -, l’arte è ciò che rimane, il residuo". E il suo romanzo è un residuo di dimensioni fuori dal comune, destinato a lasciare traccia. Quando gli chiediamo se l’arte può salvare la nostra vita, la risposta è però inequivocabile: "No, grazie a Dio, no, no, no". Di una cosa però Kilgore è convinto: "Déjà vu" è un romanzo importante, la cui grandezza forse riusciremo a capire appieno solo tra qualche anno, quando lo ricorderemo come un classico della nostra epoca confusa.
Recensione sentimentale Ieri ho letto un libro sorprendente. E bellissimo. Se non mi ostinassi sempre a voler essere coerente con quello che dico, stavolta griderei al capolavoro, ma è più forte di me e quindi mi limito a scommettere sul libro e sulla sua fortuna nel tempo. Sto parlando di Déjà-vu romanzo d’esordio dell’inglese Tom McCarthy, vincitore del “Believer Book Award 2007″ (non ancora aggiornato con la vittoria di McCarthy) e inserito tra i migliori libri dell’anno secondo il “New York Times”. E pure secondo me, anzi tra i migliori degli ultimi 10 anni direi. Pubblicato da Isbn con la fantastica traduzione di Anna Mioni – una vera fuoriclasse nel suo campo – Déjà-vu è un romanzo ossessivo, spesso claustrofobico, ambiguo fino al disorientamento e originale nel modo di affrontare un tema spesso abusato in letteratura, quello della memoria e dell’importanza dei ricordi per l’identità di ogni individuo. Ma della trama e delle caratteristiche di stile e scrittura del romanzo, come dei significati allegorici e di critica sociale che sottendono alla narrazione, ne riparleremo sicuramente, quello che al momento mi colpisce è che da tempo un romanzo non catturava così prepotentemente la mia attenzione, me n’è piaciuto molto più di uno ultimamente, ma nessuno mi ha preso così tanto: l’ho letto nel tempo di due brevi viaggi in metro e uno in treno (di quaranta minuti) e ho rischiato di scendere alla fermata sbagliata, un classico. Ma soprattutto sono stata completamente affascinata dall’abilità dell’autore nel rendere completamente accettabili, al di fuori di una vera e propria comprensione o partecipazione razionale, atteggiamenti, sensazioni, pensieri, moti dell’inconscio che esulano dalla normalità banalmente intesa e condivisa. Il protagonista per una serie di vicissitudini è un uomo inquieto sino all’ossessione, estraneo al mondo che lo circonda, chiuso nella ricerca inquietante di attimi di perfezione che gli diano sollievo. La sua vita si esaurisce in una continua coazione a ripetere gesti e movimenti, per renderli il più possibili fluidi, spontanei, naturali, leggeri. Ha perso molto della esistenza precedente in seguito a un terribile incidente e per sopravvivere ha bisogno di aggrapparsi ai pochi ricordi che la mente gli restituisce, senza nemmeno sapere se quei ricordi siano veri o semplici sensazioni, visioni, sogni. Questo poco importa, sono perfetti e quindi vanno ripetuti ad libitum. C’è un altro aspetto che ha molto poco a che fare con la letteratura che mi rende caro questo libro e che senza inficiare il giudizio sulla sua qualità, lo arricchisce. Io conosco molto bene una persona così complessa da essere assolutamente semplice nei suoi bisogni: sempre gli stessi riti, gli stessi gesti per ogni attività, la richiesta continua che non avvengano cambiamenti nella routine quotidiana, l’ossessione per alcuni particolari, il sollievo per i programmi rispettati al millesimo, la necessità che alcuni attimi siano perfetti, secondo una visione tutta personale della perfezione. All’inizio da fuori, non si comprendono questi aspetti, sembrano piccoli indicatori di una vena di follia, e in realtà non si arrivano mai a capire fino in fondo, ma poi li si accetta e lentamente si entra nel “piano” e se ne intravede l’ordine irrazionale che lo presiede. Tutti a nostro modo, cerchiamo di rendere la vita il più “comoda” possibile secondo le nostre esigenze, no? E il romanzo di Mccarthy ha saputo rendere benissimo questi aspetti, senza ricorrere a una scrittura artificiale o sperimentale, normalizzandoli quasi con uno stile vibrante e spesso veloce, ma mai eccessivo: il protagonista non è un pazzo che insegue delle chimere, è un uomo che cerca di non soccombere. Intorno c’è dell’altro, la critica alla società e al potere del denaro, ma se ne riparla.

