Boy A
Jonathan Trigell
Un’intervista scritta a Jonathan Trigell
Quest’intervista è apparsa sul numero 3 di Cultura Pop, il free press di ISBN Edizioni.
Hai sempre negato il fatto che Boy A sia ispirato apertamente a un fatto di cronaca realmente accaduto. Tuttavia, è innegabile che esistono numerosi elementi comuni tra la trama del tuo libro e l’omicidio (e il processo) Bulger, avvenuto nel 1993. L’idea del romanzo è in qualche modo l’effetto dei tuoi ricordi? E la reazione dell’opinione pubblica fu allora altrettanto isterica?
L’omicidio Bulger non è stato in effetti il punto di partenza del romanzo. Ma è vero che, nonostante i crimini differiscano significativamente, alcuni paralleli sono volontari. E suppongo che il crimine, nel mio romanzo, occupi lo stesso spazio che ha nella coscienza collettiva e nell’attenzione dei media. Io avevo appena 19 anni all’epoca, mi trovavo all’estero e ho saputo relativamente poco della vicenda. Ma la stampa ha continuato a seguire il caso per anni. C’è stato un po’ di scandalo, sui tabloid, quando gli assassini di James furono rilasciati, ma probabilmente meno di quanto mi aspettassi, nonostante fossero stati rilasciati senza avere scontato alcun periodo di detenzione come adulti, a differenza del mio personaggio.
Jack, il protagonista del romanzo, sembra sostanzialmente un bravo ragazzo, persino tenero e commovente nel suo cercare di riprendersi una vita normale. Le terribili azioni del suo passato sembrano essere opera di un’altra persona. Un crimine commesso da un bambino presuppone una responsabilità solo marginale? È giusto che un bambino che abbia commesso un crimine così grave sia giudicato come un adulto?
Immagino che le nostre azioni del passato ci rendano ciò che siamo nel presente. Ma siamo anche di più della somma delle nostre azioni precedenti. Un sacco di bambini fanno cose orribili, e smettere di essere orribili è uno degli aspetti più importanti del diventare grandi. Di sicuro il minimo che possiamo dire è che un bambino che commetta un crimine è meno responsabile di quanto lo sarebbe un adulto: non hanno ancora raggiunto la necessaria maturità per quanto riguarda la capacità di ragionamento, l’equilibrio morale, l’empatia. È difficile dire a quale età una persona abbia la piena responsabilità delle proprie azioni: ma di certo non i dieci anni di età che la Legge britannica prevede.
La tua scrittura è semplice e complessa al tempo stesso. E’ difficile inserire il tuo stile in una corrente della letteratura contemporanea, come un autore di un altro tempo catapultato nel ventunesimo secolo. Hai un autore di riferimento?
Questa è un’osservazione interessante. Ho una laurea in letteratura inglese, quindi credo di avere qualche reminiscenza dei grandi autori del passato, ma da quando ho lasciato l’università ho letto più che altro scrittori moderni. Penso che lo scrittore che mi abbia influenzato di più sia John Updike. Purtroppo è appena morto, ma l’anno scorso mi ha scritto una lettera. Ne vado molto fiero e quando è arrivata mi ha commosso. E lo fa anche adesso, quando penso che probabilmente allora stava già morendo e si è preso il disturbo di scrivere. John Updike mi ha insegnato che la prosa non deve essere per forza laboriosa ed elaborata per essere bella. E che le storie non devono essere noiose per essere letterarie.
Nei tuoi romanzi sembri interessato all’analisi e al racconto di inspiegabili esplosioni di violenza. Credi che questo sia un male del nostro tempo? O qualcosa che in un modo o nell’altro ha sempre galleggiato nella mente degli uomini?
Sono certo che la violenza c’è sempre stata. Non c’è bisogno di andare molto indietro nel tempo, o molto lontano dalle nostre iperprotette vite moderne, per trovare luoghi dove una violenza inspiegabile è del tutto potenziale. Anzi, in generale, più vai indietro nel tempo, più ciò era comune. Oggi abbiamo una visione romantica del West americano, per esempio, con uomini nobili che mantenevano la legge: ma se fossimo vissuti lì davvero, l’avremmo trovata una società brutale e selvaggia. La gente non portava le pistole come accessori di moda, ma perché viveva con la paura costante di essere uccisa. Quelli fra noi abbastanza fortunati da vivere nelle moderne democrazie europee, per la maggior parte, si trovano nell’ambiente più sicuro che il mondo abbia mai conosciuto. E questo è dovuto, in larga parte, al fatto che le società oggi sono più eque. Noi però nel frattempo non ci siamo evoluti, come specie, e quindi il nostro istinto all’attacco è sempre presente. Harold Pinter una volta ha detto che le sue opere parlano delle faine che vivono sotto il bancone del bar. Solo lui sapeva cosa voleva dire con quella frase, ma io la interpreto così: che sotto la facciata rispettabile della nostra società civilizzata continuano a strisciare delle piccole creature malvagie.
Hai passato gli ultimi dieci anni in Francia, sulle Alpi, lavorando come istruttore di sci e giornalista free-lance. La tua è una specie di fuga dalla società urbana moderna? Secondo te, esiste nel nostro mondo un modello di vita più sostenibile e giusta?
Mi fai sembrare come Rousseau: in realtà mi piacciono solo le montagne e sciare, non sono andato in cerca di nessun idillio pastorale. Infatti, se si legge il mio secondo romanzo, Cham (che si svolge a Chamonix Mont Blanc, dove vivo), si può vedere come ci possa essere oscurità anche in un mondo bianco e incontaminato. Quando gli umani trovano un paradiso, si portano dietro anche i propri serpenti. E quando cercando di creare società perfette, si trasformano loro stessi in serpenti: gli idealisti diventano dittatori e chi non è d’accordo inizia a sparire. In Occidente abbiamo vari gradi di successo nel declinare la migliore opzione possibile (o la meno peggiore). Anche se personalmente trovo l’esistenza della monarchia inglese un anacronismo imbarazzante: non si può invocare una società di pari opportunità per tutti e poi avere come capo di Stato una persona il cui unico merito è quello di essere uscito da un ventre illustre.
Jack torna alla vita all’età di 24 anni, ed è ingenuo e inoffensivo come un neonato, a parte quando qualcono lo fa incazzare. Almeno così sembra. Quindi, per semplificare tremendamente, ci vuoi dire che è la società che ci rende cattivi?
Indizi importanti ci dicono sempre più che noi abbiamo solo l’impressione del libero arbitrio: elaboriamo decisioni razionali nella nostra mente, ma quelle decisioni sono già state prese. Siamo guidati dall’ambiente e dai geni, due cose su cui noi non abbiamo alcun controllo. In parte sì, è il mondo che ci rende cattivi, e in parte sono i mattoncini di cui siamo composti e con cui il mondo ha giocato a flipper dal giorno in cui siamo nati. Il punto in cui siamo del flipper in un dato momento è il risultato di tutte le volte che siamo stati rimbalzati avanti e indietro, sono la nostra forma e il nostro peso a determinare dove andiamo. Quindi, in un certo senso, il male è al tempo stesso casuale e inevitabile, che è un concetto molto difficile da accettare: anche solo perché la società crollerebbe se ci permettessimo di crederlo.



[...] Intervista scritta a Jonathan Trigell (dal sito Isbn Edizioni). [...]
[...] Un’intervista scritta a Jonathan Trigell [...]