Boy A

Jonathan Trigell

I ragazzi A

Jonathan Trigell non ha mai affermato in maniera esplicita di essersi ispirato direttamente a dei casi di cronaca per scrivere il suo romanzo d’esordio, sebbene a Milano in un incontro di qualche anno fa, abbia ammesso che in Boy A ci sia qualche richiamo alla realtà. Andiamo a esaminare tre casi vicini a quello da cui prende spunto la narrazione.

James Patrick Bulger (1990-1993)
Il caso più vicino è quello del terribile omicidio del piccolo Bulger, avvenuto nei dintorni di Liverpool nel 1993. La vittima aveva tre anni, i suoi assassini, Jon Venables e Robert Thompson, all’epoca dei fatti avevano undici anni.
L’episodio è rimasto famoso per diversi motivi. Innanzitutto per le drammatiche immagini riprese dalle videocamere del centro commerciale in cui Bulger è stato rapito, sotto gli occhi di numerosi testimoni. Poi per il fatto che Venables e Thompson sono stati, nel ventesimo secolo, i più giovani cittadini britannici ad essere incriminati di omicidio. E infine, e qui il parallelo con Boy A si fa più evidente, per la massiccia e violenta operazione che il quotidiano The Sun fece sull’opinione pubblica inglese per convincere la giuria a richiedere per i due accusati il massimo della pena.
L’eco dell’episodio di cronaca è stata ampia e "crossmediale": in un videogame uscito negli Stati Uniti, successivamente ritirato dal commercio, è stata usata un’immagine presa dalle registrazioni effettuate dal sistema di sicurezza del centro commerciale in cui Bulger era stato rapito. Inoltre, nel maggio 2009 ha debuttato a Londra Monsters, una pièce di Niklas Rådström basata sugli interrogatori messi agli atti del processo.
Attualmente Jon Venables e Robert Thompson sono in libertà, sotto un programma simile alla protezione testimoni: un’altra caratteristica simile alla vicenda del ragazzo A raccontata da Jonathan Trigell.

Nel dicembre 2008 è andata in onda su ITV1 una puntata del programma di inchiesta Real Crime proprio dedicata all’omicidio Bulger.

 

Seito Sakakibara
Il secondo caso che esaminiamo riguarda una serie di omicidi di minori avvenuti a Kobe, in Giappone, tra il febbraio e il giugno del 1997. La peculiarità di questi delitti è che l’omicida si comportava come un serial killer vero e proprio, sfidando la polizia e firmando i suoi atti con il nome di Sakabibara Seito, un nome che, a seconda dei modi in cui viene scritto, può avere relazioni con ambiti esoterici e, allo stesso tempo, con il sistema scolastico giapponese. Per questo e per altri motivi, gli investigatori hanno creduto a lungo di trovarsi di fronte a un omicida seriale adulto, con un modus operandi che ricordava, in qualche modo, quello di Zodiac, attivo in California alla fine degli anni ‘60. Lo shock fu enorme quando si scoprì non solo che l’assassino era un quattordicenne apparentemente normale, ma anche che il padre della prima vittima aveva chiesto alla scuola che frequentava l’omicida di effettuare controlli su alcuni studenti. Seito Sakabibara poteva essere fermato, quindi. Non solo: il ragazzo aveva una netta ed esplicita tendenza alla violenza, attuata soprattutto verso gli animali, e possedeva diverse armi da taglio.
Anche in questo caso, l’opinione pubblica giapponese è stata sconvolta, ci sono state proposte di legge per abbassare l’età della responsabilità penale, che ora è stata spostata dai sedici ai quattordici anni. Il ragazzo A, anche in questo caso, è dal 2005 in stato di libertà vigilata sotto un programma di protezione.

 

Mary Bell
Per il terzo e ultimo caso, torniamo in Gran Bretagna, ma ci spostiamo un po’ indietro nel tempo. Tra il maggio e il luglio del 1968, Mary Flora Bell uccise brutalmente a Newcastle due bambini di 4 e 3 anni, Martin Brown e Brian Howe. L’omicida, all’epoca dei fatti, aveva 11 anni.
Il caso Bell è stato piuttosto particolare, a partire dal profilo psicologico di Mary: figlia di una prostituta, cresciuta tra violenze di ogni tipo, senza una figura paterna di riferimento in una delle zone più degradate di Newcastle. Per questo, al processo, le furono riconosciute le attenuanti dovute a chiari segni di psicopatologia. Mary scontò parte della sua condanna in un ospedale psichiatrico, per essere poi trasferita in un carcere e infine ottenendo la libertà vigilata "protetta" nel 1980. Negli anni della detenzione, però, l’episodio fu oggetto di diversi tipi di attenzioni, dal giornalistico allo speculativo: non solo la stampa britannica tenne sempre vivo il caso Bell, ma ci furono diversi articoli del giornale tedesco Stern e due libri sull’argomento, molto discussi e criticati, di Gitta Sereny
Apparentemente, nel 1980, Mary Bell avrebbe potuto iniziare una nuova vita: nel 1984 ebbe anche una figlia che non conobbe il passato della madre, fino a che i tabloid britannici non scoprirono la nuova identità e la nuova residenza di Mary e sua figlia, che furono costrette a fuggire dall’abitazione coprendosi il volto. L’ultima tappa del caso Bell risale al 2003, quando la Suprema Corte britannica ha accordato a Mary e a sua figlia l’estensione a vita della protezione dell’anonimato.

Di seguito una preview di un documentario su Mary Bell, un personaggio che tuttora è al centro di polemiche e controversie.

Un Commento a “I ragazzi A”

  1. Boy A | Boy A scrive:

    [...] I ragazzi A [...]

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