L’atlante illustrato della tv 80-94
a cura di Massimo Coppola e Alberto Piccinini
Introduzione
L’Atlante illustrato della tv ’80-’94 non è un invito alla nostalgia. E gli anni ’80, ottimisti e postmoderni, nostalgici non erano. Piuttosto visti da qui sembrano una continuazione degli anni ’60 con mezzi più potenti, non solo per il boom economico: talvolta ne copiavano di sana pianta le canzoni, ne evocavano lo stile futurista e futuribile, cercavano di completare l’americanizzazione del Paese interrotta dagli anni ’70, famigerati e bui secondo la vulgata del periodo. Insomma, fate pure, se volete, con la nostalgia, non ci tireremo mica indietro: ma quel genere di riscoperta degli anni ’80 si è già ampiamente consumata.
Le foto che raccogliamo qui, spesso scattate fuori dagli studi televisivi, servivano a fare pubblicità alla televisione, ai suoi nuovi eroi, al suo progetto di ricostruzione dell’universo. Sono immagini ingenue, cialtrone, tenere, talvolta decisamente comiche. Ma ti guardano tutte negli occhi. Fanno appello alla simpatia, all’autorevolezza, al sesso, all’ipnosi e ad altri generi di retorica popolare.
Il moltiplicarsi esponenziale delle facce, dei format, dei palinsesti, in quegli anni d’oro della tv italiana segna le tappe di una marcia forzata attraverso il tempo e lo spazio. In confronto alla vecchia tv di monopolio, rispettosa dei riti sociali e dei tempi di lavoro, la tv privata vampirizzava i lunghi pomeriggi dei compiti a casa e la «fascia di mezzogiorno» delle mamme rimaste a casa davanti a fornelli. Solleticava i desideri adolescenti a notte fonda e metteva zucchero nel caffè alla mattina presto. Inseguiva casalinghe e ragazzini, nonni, zii e nipoti. Dava del tu a tutti: così ognuno alla fine poteva avere l’impressione che la televisione trasmettesse per lui e soltanto per lui.
La televisione, e questo lo sapevano tutti, faceva pubblicità alla pubblicità. L’onnipresenza degli spot ha orientato il tempo e il ritmo dei palinsesti degli anni ’80, con gli show piccoli e grandi, i serial, le telenovelas, i videoclip, i varietà, i film di magazzino, interrotti tutti, ogni quarto d’ora, allo stesso modo. Giudicati, a partire dalla metà del decennio, dall’infernale macchinetta dell’Auditel, virtuale somma di tutti i nostri
telecomandi, giudice unico senza volto della tv che oggi, al tramonto di un’epoca, si usa definire generalista.
Si può discutere se il telecomando e l’Auditel fossero la realizzazione perfetta della democrazia televisiva. Nel peggiore dei casi possiamo dire, con una battuta, che tutte queste facce, gambe, cravatte, parrucche, tette, ce le siamo meritate. Le abbiamo volute noi. Col telecomando. In più, quando all’inizio degli anni ’90 Tangentopoli scoppiò, la tv aveva già colonizzato tutte le forme di rappresentazione politica, sociale, spettacolare: dalle sedi di partito al cabaret. La «gente», o meglio il suo simulacro, si affiancò allora alle star nei programmi seri e in quelli faceti. Tangentopoli andò in onda in diretta.
Restava il dubbio tuttavia, il retrogusto almeno, di una fosca opera di rieducazione del cittadino, prima trasformato in spettatore e consumatore, poi genericamente in «gente ». Il fantasma dell’orwelliano 1984, che venne pure celebrato in quel decennio tirando un sospiro di sollievo perchè la previsione non si era avverata, oggi attraversa come un vento gelido tutte le ricostruzioni del periodo. La discesa in campo di Berlusconi, in televisione, è una folle parodia orwelliana. Diabolica. E infatti ha funzionato.
Quell’immagine, per noi, è un lutto. E infatti chiude il volume. È un confine che getta una nuova luce (buio?) sul passato di un’intera generazione, costretta a riconsiderare la propria formazione pop attraverso stranianti categorie morali e politiche. Un lutto che è conseguenza diretta, o addirittura esito prevedibile, di quella stessa formazione. È la stessa tv a portarci via quanto ci aveva dato, arrivando a compiere l’ultimo fatale passo di un percorso iniziato negli anni ’60: trasformandosi da nuovo focolare domestico nel luogo di una ultima e insuperabile inquietudine, una Unheimlichkeit contemporanea. Un lutto che si produce attraverso l’uomo che aveva rivoluzionato la tv, che oggi si rimangia tutto e inizia a fare sul serio, infilandosi nel video così come, per converso, Reagan ne era uscito nel decennio precedente. Lui ci offre se stesso a compimento della formazione. Se fino a qui vi siete divertiti, seguitemi e non vi deluderò. Siete pronti per la scena primaria.
È così che – ancora non lo sapevamo, al tempo – abbiamo perso l’innocenza. In un solo istante anche i quiz, le canzonette e i varietà, i comici, le tette e i videoclip, sono diventati sospetti a una profondità impensabile prima. Non più semplice materia per il dibattito culturale – la televisione, i mass-media, il pop – ma corpo del reato, cavallo di troia, attrezzo da scasso. Ciò che ci veniva sottratto per sempre era in qualche modo l’infanzia, il gioco, lo stupore – almeno quelli che avevamo imparato a conoscere attraverso la televisione – larga parte della nostra memoria.
Ed ecco perché la generazione cresciuta in quegli anni non può che essere formata da anime scisse, indecise, forse incapaci di provare davvero piacere. Nati nel decennio della crisi globale e del crack politico culturale italiano, cresciuti come la generazione post-tutto, finiti per essere gente priva di uno straccio di passato cui attaccarsi senza provare rimorso, rabbia, sottile vergogna. Solo anime scisse potevano produrre un libro così, un libro che in fondo non sa cosa dire, una nuova pornografica esposizione del magma di cui, volenti o nolenti, ci siamo nutriti, scottandoci, nella nostra adolescenza.
A chi guarda, un’ennesima possibilità, forse l’ultima, di decrittare il doloroso geroglifico che sta in quelle due pagine nere in fondo al libro. E, mentre va a schiantarcisi contro, farsi quattro risate, se ci riesce.
B-B-Buona visione.
Massimo Coppola e Alberto Piccinini
Milano, ottobre 2011



Avevo deciso di negare definitivamente la mia stima al signor M.Coppola, dopo la svilente apparizione da Daria Bignardi, mostratosi in un inopportuno sciovinismo sui giovani, in preda ad una possessione dello spirito di Carmelo Bene, venuta male. ma con questo volume, come raramente succede, mi ricredo, del tutto, e gli ridò la mia completa devozione.
Questo libro, serviva, veramente.bravi.